Principi cooperativa e mission

S.Ar.Ha è una cooperativa che si ispira ai principi del movimento cooperativo. Tali principi sono:

  • Mutualità
  • Solidarietà
  • Rispetto della persona
  • Priorità dell’uomo sul denaro
  • Associazionismo fra cooperative
  • Democraticità interna ed esterna.

Operando nel rispetto ed a garanzia di tali principi, S.Ar.Ha intende stabilire con la presente, la propria Politica per la Qualità, la quale si indirizza me rispetto dei seguenti impegni:

  1. garantire il superamento di un mero concetto di assistenzialismo per innalzarsi ai valori di promozione della persona;
  2. attenzione alla soddisfazione del committente finale;
  3. attenzione alla quantità ed alla qualità delle acquisizioni commerciali;
  4. contribuire alla professionalizzazione delle risorse umane, anche attraverso l’erogazione di percorsi formativi.

Lo scopo è dunque quello di creare una rete di rapporti, di confronto, di collaborazione, di iniziative fra cooperative sociali che operano nello stesso territorio e con la stessa “missione”: realizzare l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate.

Da anni svolge servizi amministrativi e di back-office impiegando soggetti svantaggiati fisici, psichici e sensoriali, soggetti deboli ed instaurando buoni rapporti con gli uffici preposti all’inserimento lavorativo di tali persone.

La mission sociale inerente l’area “A” della cooperativa è nata proprio attraverso la proficua collaborazione con cooperative specializzate in tale settore, e dedite al socio-assistenziale nel seguire progetti specifici di assistenza ed inserimento lavorativo presso comunità alloggio e/o CEOD, sia attraverso l’inserimento di OOS, sia di persone svantaggiate nel fare assistenza e nel produrre servizi.

La cooperativa S.Ar.Ha. ha così allargato i suoi orizzonti nel Welfare State; esaminare l’evoluzione recente del Terzo Settore in Italia non è facile: ci si trova di fronte ad una vera e propria “esplosione” delle formazioni sociali che vengono raggruppate sotto la denominazione Terzo Settore, al punto che molte discipline si stanno occupando del fenomeno, la cui importanza è dovuta non solo al valore sociale, ma anche al contributo che offre all’attività economica, alla dinamica occupazionale, alla vita relazionale, nonché di aiuto rispetto all’intervento pubblico in campo socio-assistenziale.

Dietro l’etichetta Terzo Settore, Privato Sociale, Settore Non-profit, Economia Sociale, Imprenditoria Sociale etc., si nasconde infatti una realtà estremamente variegata e vivace, composta da organizzazioni che presentano caratteri eterogenei dal punto di vista della solidità organizzativa e finanziaria. Fianco a fianco convivono organizzazioni solide e strutturate con altre fragili e rette dall’impegno dei volontari, organizzazioni che mobilitano risorse economiche elevate ed altre che campano con i modesti contributi dei soci, organizzazioni che gestiscono ospedali ed altre che si occupano di cultura ed attività sportive, organizzazioni che ricevono la maggior parte dei fondi dalla Pubblica Amministrazione ed altre che sono completamente estranee a quest’ultima; credo che in tutto questo le cooperative ci stanno benissimo.

Alla luce di quanto detto, risulta evidente che quella del Terzo Settore è una realtà molto difficile da definire, in modo soddisfacente, per la quale è più facile dire cosa non è piuttosto di ciò che è.

Ci si è collegati a normative europee dove si prevedono particolari figure professionali per i non-autosufficienti e per la cura informale, sfruttando quello che già prevede la Legge 104 e l’art. 1. Questo ha anche portato alla proliferazione di norme a livello regionale che coinvolgono la famiglia prevedendo:

  • attuazione di interventi personalizzati;
  • modalità di co-progettazione degli interventi tra soggetti interessati;
  • possibilità di scelta degli operatori.

Questi sono i punti di forza che caratterizzano l’intervento distanziandolo dal vecchio modello assistenzialistico, si passa dal piano in forma diretta del Comune al piano di forma indiretta per il Comune, dove la famiglia sceglie l’operatore di fiducia, collabora e co-progetta con i servizi del territorio e la cooperativa lavorando in rete, che ha il compito di verifica delle prestazioni erogate.

La vita cambia, si impara ad assumersi responsabilità, a prendere decisioni, si è spinti a fare tutto quello che è possibile fare da soli; si creano soluzioni che prima non si prendevano in considerazione, anche come quella di lavorare, e per un portatore di handicap non è poco. Siamo andati oltre alla figura dell’OSS, questa è la filosofia della vita indipendente e del tuo assistente, ma:

  • è fondamentale poter vivere con gli altri, poter prendere delle decisioni per la propria vita con la consapevolezza delle limitazioni;
  • vuol dire libertà nonostante la disabilità;
  • è un’opportunità che ha a che fare con l’autodeterminazione;
  • riguarda le persone con disabilità, ma apre spazi agli operatori, alla cooperazione, alla famiglia a 360 gradi;
  • non è facile e può essere rischiosa per obiettivi troppo elevati  o aspettative mancate.

La nuova economia si basa in modo crescente sulle relazioni di servizio richiedendo fiducia, reputazione e promuovendo il dono della creatività, serve capitale sociale e si crea la figura del “caregiver”, che è la persona che si prende cura, diventa un mix tra Operatore socio-sanitario, assistente personale, facilitatore sociale e un familiare. Il caregiver, la cooperazione sociale A e B e l’eliminazione delle barriere architettoniche che giocano un ruolo decisivo, rappresentano le pre-condizioni fondamentali per poter iniziare un percorso di “Indipendent Living” ed un processo di de-istituzionalizzazione, creando pertanto le basi per nuovi percorsi lavorativi.

Questa nuova figura, insieme con la cooperativa sociale, ha come obiettivo quello di essere il supporto alla partecipazione pianificata in tutte le fasi del progetto organizzativo ed assistenziale; le strategie dovrebbero essere socialmente orientate al perseguimento della parità di opportunità e dovrebbe essere promosso e sostenuto l’orientamento verso una cura e riabilitazione basata sulla partecipazione, delegando agli assistenti compiti di attività che la persona disabile non può espletare personalmente o che risultino troppo gravose in vista del proprio auto-inserimento ed integrazione in ogni aspetto e dimensione della vita personale, sociale culturale e produttiva.

La cooperativa ha il compito di oltrepassare quella mentalità che se non puoi tirarti su i calzoni, come un bambino piccolo, qualcuno pensa che devi essere trattato come un bambino piccolo anche in altri campo, e come un bambino piccolo devi essere “sotto tutela”, non puoi mai vederti riconosciuta una piena responsabilità di te, con libertà di scegliere e di operare. Si passa così dal “disabile-handicappato” alla “persona con disabilità” che esprime al meglio la propria emancipazione.

L’utente con il caregiver dovrebbero co-organizzare i servizi che gli sono destinati, , a prendere le decisioni finali sul tipo di risposte che gli vengono fornite, essendo loro i più esperti e competenti circa i loro bisogni. Se si lasciano organizzare integralmente i servizi ad altre persone, a presunti tecnici-esperti, non ci si deve meravigliare poi se questi sprecano risorse o trovano soluzioni che combaciano con le esigenze dell’azienda e non dei fruitori.

L’abbinata caregiver-cooperativa e vita indipendente naturalmente non vuole sostituire l’assistenza domiciliare o le comunità alloggio, ma vuole integrare i servizi già esistenti permettendo così maggiore scelta, migliori risposte, opportunità di lavoro e più risparmio.